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MusicBlob – The Pirate Google

Pensiamo che nella vicenda della causa in Svezia a The Pirate Bay si sia perso completamente di vista l’obiettivo: vediamo perché.

di Nicola Battista e Nicola D’Agostino

pirategooglelogo01L’obiettivo invece èƒ stato centrato perfettamente da The Pirate Google, una semplice paginetta web apparsa online qualche giorno fa che offre una ricerca personalizzata di Google per file con estensione .torrent.

Si tratta di un’operazione decisamente più eloquente delle centinaia di articoli e commenti apparsi in rete sulla vicenda e sulla sentenza di condanna contro i quattro “amministratori” della “baia dei pirati”.
Ȇ essenziale infatti stabilire il principio che The Pirate Bay nonostante il nome e il tema non sia un sito da cui scaricare direttamente alcunché se non una squenza di dati che potrebbe portare a un’opera tutelata.

La tesi degli “amministratori” svedesi è che sono equiparabili a quanto fa Google: sono un motore di ricerca per reperire un formato specifico, un tipo di file presente su Internet, così come si può fare sul servizio di Mountain View scegliendo un’opzione nella ricerca avanzata.

Il .torrent è stato e viene utilizzato per diffondere installazioni perfettamente lecite di nuovi software, così da togliere il carico ai server delle case produttrice e “scaricare” il peso dei bit sulle reti p2p. E poi ci sono migliaia di file legali, opere non protette da copyright: pensiamo ai film completi come Night of The Living Dead, per esempio o a materiali autoprodotti e diffusi dagli artisti.

Certo, il .torrent può essere usato per diffondere contenuti protetti da copyright e spesso nella pratica lo è ma non lo si può etichettare a prescindere come strumento per “piratare” alcunché e tantomeno si può addossare sulle spalle di The Pirate Bay la responsabilità di dati (legali o meno) che vengono messi a disposizione (via Bit Torrent) dagli utenti stessi.

L’accusa che eventualmente si può fare a The Pirate Bay come a qualsiasi altro sito che facilita la ricerca di Bit Torrent (Pirate Google incluso) è che si tratta di “contributory infringment”, come viene chiamato dagli statunitensi.
Il “contributory infringment” non è qualcosa che esiste in maniera uniforme in ogni paese del mondo, e qui è ancora più labile che nel caso di un software p2p con server centralizzato (es. il vecchio Napster) oppure di chi mette in circolazione un programma (es. eMule) comunque per effettuare filesharing in altre modalità .

Infine: al di là di discorsi sulle sedi, intermediari o formati incriminati l’attenzione andrebbe posta su aspetti e strategie che da etichette, editori ed associazioni di categoria sono percepite ancora come scomode se non proprio impensabili. Ovvero: materiali accessibili, formati aperti, prezzi bassi o comunque ragionevoli e un occhio di riguardo alle esigenze presenti (e future) del cliente.
La pirateria si risolve in un solo modo: facendo in modo che non se ne senta più il bisogno.

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