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Steve Jobs e il Grammy postumo: era proprio il caso?

Il mercato musicale e il riconoscimento postumo al cofondatore di Apple: ma la musica digitale ha molti padri e pionieri.

di Nicola Battista e Nicola D’Agostino

Il recente annuncio dell’attribuzione di un Grammy, l’Oscar della musica, al defunto Steve Jobs, in un certo senso lascia perplessi.

È innegabile che Jobs abbia “cambiato il mondo” per certi aspetti: ha reso la tecnologia “user-friendly”, portando computer innovativi e gadget tecnologici al grande pubblico e nell’ultimo decennio ha contribuito a diffondere nuovi modi di fruire di musica ed applicazioni multimediali. Ed è altrettanto innegabile che il mercato della musica in un certo senso gli deve la propria salvezza: senza le vendite dell’iTunes Store, probabilmente più di un discografico importante sarebbe andato gambe all’aria da un bel pezzo.

Da qui a osannare Jobs classificandolo come una sorta di nuovo messia tecnologico, ne dovrebbe passare un po’.

La notizia della sua scomparsa ovviamente ha fatto il giro del mondo e ha colpito profondamente sia gli appassionati di informatica che conoscevano il suo nome da più di trent’anni, che coloro che hanno imparato a conoscerlo negli ultimi tempi, vedendolo associato ai successi di iPod, iPhone, iPad, oltre che ai Mac, ma anche ai fasti cinematografici di quella Pixar che Jobs è riuscito a trasformare in stella di prima grandezza grazie agli accordi con Disney. Appare quindi normale che tutta Internet (o quasi) lo abbia salutato; così come c’è stato anche chi si è dissociato, in nome di free software, open source e licenze alternative, vedendo Apple come uno dei paladini del “software proprietario” e dei brevetti e perciò come uno dei nemici da sconfiggere.

Ma torniamo al Grammy: Jobs ha salvato il settore discografico e per questo gli addetti ai lavori gli sono giustamente debitori. Bisognerebbe però chiedersi: Jobs ce l’avrebbe davvero fatta senza tutta una serie di figure meno evidenti, che hanno lavorato come e più di lui perché l’industria della musica e dei contenuti digitali arrivasse dove è ora?

Uno di questi risponde al nome di Michael Robertson, folle e geniale imprenditore. La sua Z Company acquisì nel 1997 un nome di dominio sulla Rete. Si trattava di Mp3.com. Per anni Robertson vestì i panni di “guru” della musica online per eccellenza: rivoluzionò il modo degli artisti di autopromuoversi e distribuirsi (addio demotape e CD-R, benvenute pagine web) e trovò modi di vendere o comunque monetizzare i lavori degli indipendenti che a lui si appoggiavano. Diede spazio a grandi nomi dell’industria tradizionale che avevano capito cosa stava accadendo e cominciavano a sganciarsi dalle polverose strutture delle major del disco: Billy Idol, Public Enemy, gli Eagles. Infine, inventò Beam-It e un “locker” online dove tenere tutta la propria musica, da riascoltare con a piacimento anche da altre apparecchiature. Un’invenzione che somiglia davvero tanto al Music di Google… o all’iCloud di Apple.

Invece di soldi o onori, Robertson si è ritrovato a fare i conti con una storica azione legale di Universal: la major del disco lo distrusse e finì per assorbire la sua creatura e le sue tecnologie. Che peraltro seppe sfruttare solo in parte e in qualche caso per periodi limitati.
Robertson è rimasto in pista, passando da un progetto all’altro, spesso inimicandosi grandi nomi del software, della musica o della telefonia, con le sue idee bizzarre e provocatorie. Oggi è un guru distaccato, una figura di secondo piano. Eppure senza di lui forse non ci sarebbe stato un mercato dell’mp3 come lo conosciamo. Come non ci sarebbe stato affatto un mp3 senza il lavoro del team del Moving Picture Experts Group (MPEG). Perché dunque non celebrare i padri del formato mp3 come Karlheinz Brandenburg, Harald Popp e Bernhard Grill?
Allo stesso modo probabilmente non ci sarebbe stata una rivoluzione digitale senza il Napster creato da Shawn Fanning, altra figura oggi in ombra, mentre il suo ex socio Sean Parker è sempre sulla cresta dell’onda, pronto a prendersi i meriti di sempre nuove iniziative.

Un altro nome da non sottovalutare è Derek Sivers, che nel 1998 mise in piedi un piccolo servizio per vendere i propri CD musicali. Nel giro di poco tempo si trovò a vendere anche quelli degli amici. E qualche anno dopo, mentre le vendite dei dischi colavano a picco, vedeva i propri introiti salire di anno in anno e infine decise di mettersi a fare da ponte tra musicisti e piccole etichette e i grandi negozi di musica digitale, Apple in primis. Sivers oggi si occupa d’altro ma è un dato di fatto che in circa un decennio ha creato una straordinaria macchina da soldi che è anche il maggior distributore di musica indipendente oltre che – numericamente – il maggior fornitore di brani musicali dello stesso iTunes Store, con ben tre milioni di pezzi rappresentati.
Se Jobs e i suoi hanno salvato il mercato, Sivers ha salvato la musica indipendente praticamente da solo.

Sarebbe auspicabile che quella stessa industria che non ha creduto granché nella musica digitale e che ora tardivamente rende omaggio a Jobs si ricordasse dei tanti e gravi errori commessi. O quantomeno che facesse i conti con la sua ipocrisia. Nel 1998 Mp3.com si vide rifiutare una pagina pubblicitaria su una rivista, in quanto il proprio servizio era considerato “controverso”. La rivista era Grammy Magazine, organo del NARAS, l’ente che assegna i celebri premi.

Articolo originariamente pubblicato su Panorama.it



Pubblicato il 29/12/2011 e archiviato in: articoli  
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