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Photoshop generation

La manipolazione delle immagini è alla portata di tutti e ormai si parla di “photoshopping”, in omaggio al programma di Adobe. Tra hobby, satira politica, arte digitale e aggregazione, con buona pace del senso di realtà.

di Nicola D’Agostino

Verso la fine dell’anno 2000, All Your base are belong to us, una frase mal tradotta da un oscuro videogioco giapponese, iniziò a comparire in un numero crescente di foto e immagini on line, creando un tormentone multimediale entrato perfino nello Zeitgeist di Google.

L’anno seguente, dopo l’attacco terroristico dell‘11 settembre alle torri gemelle di New York, su Internet apparve una foto che ritraeva una figura in occhiali scuri in posa su un balcone del World Trade Center mentre sullo sfondo si avvicina minaccioso il jet. Si trattava del Tourist Guy, un turista sudamericano, che è poi “apparso” in decine di immagini di eventi luttuosi del passato come l’assassinio di J. F. Kennedy o l’esplosione del dirigibile Zeppelin.

L’anno scorso è toccato a un personaggio animato giapponese, Domo-Kun, inserito in una cornucopia di immagini in cui affianca note rockstar, personaggi televisivi e politici e si infila in manifesti cinematografici.

Questi tre casi disponibili in Rete sono solo alcuni degli esempi più eclatanti del dilagante fenomeno della manipolazione digitale di immagini, conosciuto in inglese anche come photoshopping, dal nome del programma diventato sinonimo stesso di fotoritocco, Adobe Photoshop.

In maniera simile a quanto accaduto con l’audio, la manipolazione fotografica è divenuta una realtà finalmente alla portata di tutti (o quantomeno di molti) grazie a tecnologia e connettività sempre più diffuse, potenti e poco costose. Il fotoritocco in sé non costituisce una novità, ma lo è la sua “volgarizzazione”, che ha compiuto un balzo in avanti nell’ultimo decennio grazie all’impatto di computer, scanner e macchine fotografiche digitali.

L’uso del digitale porta con sé naturalmente anche dei rischi di strumentalizzazione. È oggi possibile, anche con mezzi limitati, intervenire in maniera sostanziale su foto (e più di recente anche su filmati) eliminando persone e particolari, aggiungendo dettagli o fondendo più immagini in una, il tutto senza lasciare alcuna traccia apparente. La percezione della realtà diventa di conseguenza un argomento di estrema attualità, le cui implicazioni sono state prospettate da numerosi scrittori come Neal Stephenson o, più di recente, da pellicole come “The Matrix”.

D’altro canto è ormai un dato di fatto che il fotoritocco abbia da tempo superato i confini specialistici della sfera tecnico-lavorativa. Questo è avvenuto per una serie di motivi: da un lato grazie a operazioni irriverenti come quella del grafico Tibor Kalman che ha “colorato” la regina d’Inghilterra o della rivista AdBusters che prende di mira lo stile di vita propugnato dalla pubblicità, ma anche della lunga tradizione informatica di scherzi e hacks.

Il gran numero di immagini “fotoscioppate” disponibili in Rete o scambiate per posta elettronica è una prova eloquente della diffusione della pratica del fotoritocco che si basa indubbiamente sull’abilità tecnica nella realizzazione, ma anche su una forte dose di inventiva.

Interessante è il parallelismo con un altro fenomeno che viene “dal basso”: l’hip-hop. In entrambi i casi ci si trova di fronte a forme che si appropriano di un’opera originale, la manipolano fino a che non diviene qualcosa di differente e non disdegnano di affrontare tematiche controverse.

Come la musica hip-hop anche il fotoritocco è un cosmo variegato, in cui si spazia dal divertissement alla critica politica e sociale, dalla sfida alla net-art. Se da un lato abbiamo il lavoro di Laura Carlton, artista newyorkese che utilizza Photoshop per rielaborazioni di materiale di origine pornografica, altri ricorderanno i manifesti elettorali “tarocchi” di Silvio Berlusconi raccolte da Mark Bernardini nel suo sito (che pare stranamente scomparso dalla Rete), mentre oltreoceano, di fronte al silenzio dei media, l’espressione del commento politico degli americani si è manifestato anche a colpi di pennelli digitali, vittime lo sceicco Osama Bin Laden o il presidente statunitense George W. Bush.

Da non sottovalutare infine i numerosi siti sorti negli ultimi anni che invitano i lettori a contribuire con irriverenti rielaborazioni e mettono in risalto il valore aggregativo della pratica. Tra questi citiamo Fark, Worth1000, B3ta o il recente Yahoo Photoshopular Journal, vere e proprie “community” che si divertono e si superano a vicenda tramite il linguaggio della manipolazione.

Articolo originariamente pubblicato su Mytech.it



Pubblicato il 11/07/2003 e archiviato in: articoli  
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