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Claudio Nizzi al Magnus Day 2013

Trascrizione dell’incontro a Castel del Rio (BO), durante il Magnus Day 2013, in cui lo sceneggiatore Claudio Nizzi parla della sua collaborazione con Magnus.

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Claudio Nizzi: Diciamo subito che quando mi fu chiesto di scrivere un Texone per Magnus, né chi me lo chiedeva, che era Sergio Bonelli, né io credevamo che Magnus avrebbe mai portato a termine il Texone. Abbiam detto vabbé, [è] la solita… velleità di un artista di volersi misurare con un personaggio molto popolare. Ci dicevamo [che] quando alla ventesima pagina smetterà noi avremo l’incompiuto di Magnus che potremo pubblicare su, che so, Comic Art, L’Eternauta, insomma le pubblicazioni che c’erano allora.
Nessuno di noi credeva che sarebbe arrivato alla fine.

Io avevo scritto cinquanta pagine di sceneggiatura. Tanto, dicevo, cinquanta pagine per Magnus sono anche troppe, lui non arriverà a finirle tutte e poi comunque io mai scrivo una sceneggiatura tutta in una volta. Mi preoccupo di dare un soggetto […] perché il disegnatore capisca che un personaggio se nasce cattivo e muore buono voglio che si sappia regolare, strada facendo. Che aggiusti le fisionomie in maniera che questo mutamento quando si è alla fine risulti convincente. Mi si dice invece che i nuovi sceneggiatori mandano venti pagine di sceneggiatura senza nessun soggetto e il disegnatore procede senza la sicurezza di sapere dove si dovrà arrivare.

Comunque, tornando a Magnus, cominciammo a veder arrivare i primi disegni. Ma quelli in realtà non erano disegni. Erano delle strisce, grandi, con la carta lucida, perché lui voleva farli scrivere prima. Voleva che la letterista facesse il balloon e lo inserisse. Ma la cosa che ci prese tutti in contropiede, e a me per primo, era che noi non ce lo aspettavamo di ricevere dei disegni così. Noi pensavamo che Magnus avrebbe disegnato Tex come disegnava magari… Alan Ford o Kriminal all’inizio. Fa un fumetto popolare, disegna in maniera popolare… Eh no, lui l’aveva preso sul serio!
Per cui mi ritrovai assolutamente spiazzato, nel senso che dissi «Ma qui bisogna cambiare pelle! Anch’io devo adattarmi a questa nuova situazione!»

Per dirne una: io avevo stabilito che ci fosse una banda di orientali che, su ordine di un bianco, commetteva dei delitti. E dicevo: orientali, qualche canaco, qualche filippino… cinesi, anzi, perché li avevano portati per fare la ferrovia… Non era mica così semplice! Magnus chiese: «Quanti cinesi? Quanti canachi?» Non dovevo dare un nome a tutti ma assolutamente lui doveva sapere quanti.

Giovanni Romanini: li aveva numerati.

Claudio Nizzi: Li aveva numerati tutti!
Il paesaggio, ad esempio… vidi la prima sequenza con Tex e Carson che galoppano da Sacramento fino alla valle in cui si accadevano le cose. Io in genere quando scrivo per qualunque disegnatore di Tex scrivo che Tex e Carson avanzano a cavallo lungo la riva del fiume… campo lungo, campo medio, primo piano, mezze figure… ma non mi sono mai sognato che fosse una enorme carrellata per cui doveva esserci coerenza fra la prima vignetta e l’ultima! Ma Magnus studiava il percorso, stabiliva quanto tempo potevano metterci in maniera da allungare o accorciare le ombre degli alberi! Perché se andavano verso il tramonto si allungavano. Insomma: una cosa un po’ folle!

Ricordo che quand’ero ragazzo, e sono stato a Roma per un certo periodo, era facilissimo vedere girare dei film per Roma. […] Ti accorgevi, dopo, quando vedevi il film una volta realizzato, che una scena l’avevano girata… non so, all’angolo di Piazza Argentina, poi svoltavano l’angolo e anziché trovarsi in Corso Vittorio si trovavano, che so, da tutt’altra parte. Il cinema settorizza le immagini e usa il paesaggio come gli pare. E Magnus no. Voleva essere coerente anche nel paesaggio. Quindi era una fatica sovrumana!

Non parliamo poi della residenza di Sutter [uno dei protagonisti della storia, nda], che era un personaggio storico. Avevo detto: fai una casa fortificata. Cavolo, lui abitava all’Albergo “Il Gallo” di Castel del Rio, aveva davanti il castello [del paese] e non ha trovato di meglio che disegnare il castello, ma non si è limitato a farlo come lo vedeva dalla sua camera. Lui mi mandava la pianta del pianterreno, quella del primo piano, quella delle torrette; disegni da architetto, insomma. Una cosa fuori da qualunque nostra dimensione.

Giovanni Romanini: E la pioggia che ha aggiunto?

Claudio Nizzi: Certo! Altrimenti era troppo semplice! Ci voleva una complicazione in più! La pioggia, così [il disegno] diventava più difficile da fare! Io a un certo punto mi son dovuto adattare, via via che scrivevo la sceneggiatura. Aspettavo che mi arrivassero i suoi disegni per regolarmi in base a quelli. Perché io avevo concepito un attacco alla casa fortificata di Sutter così come l’avevo immaginata io, con un muro attorno, [ma] poi mi ritrovavo con un castello, che mi costringe a delle soluzioni che non avevo previsto.

Quindi da un lato è stata un’avventura straordinaria, che ci lasciava continuamente nel dubbio che Magnus prima o poi avrebbe smesso. Gli anni passavano e la cosa più strana era che non si concludeva ma non si fermava mai! Perché lo stillicidio di tavole continuava ad arrivare! Quindi la cosa restava in piedi.

Nicola D’Agostino: E Bonelli cosa diceva?

Claudio Nizzi: Ah, Bonelli era rassegnato, anche perché quelle poche volte che Magnus è arrivato là [in redazione], gli spiegava che gli alberi che trovava a Castel del Rio, che con la corteccia aveva fatto al tal cosa… al che Bonelli non ne poteva più perché diceva «Ma a me cosa me ne frega della corteccia degli alberi?»

Mettiamoci nella testa che Bonelli diceva: «Ma io avevo chiesto a Magnus che mi facesse Tex così come lo fanno tutti. Non volevo che mi facesse la cattedrale di Tex!»
Ovviamente alla fine è stato soddisfatto della cattedrale di Tex, però la cosa è stata faticosa. Il sospetto che ogni tanto [Magnus] si fermasse, che non andasse avanti… non si capiva bene come stavano le cose, mi ha impedito di venire a trovare Magnus a Castel del Rio. Io ci sono venuto che ahimè Magnus non c’era più. Perché non ci venivo? Perché mi sarei sentito tanto come un ispettore inviato dall’editore per vedere come stavano le cose. Io non volevo fare un’ispezione. Ci andrò alla fine, quando avrà finito e non c’è più quel dubbio lì. Però la fine è arrivata prima…

Dico solo un’ultima cosa: nella matita dell’ultima pagina c’è Carson che si gira e saluta. Magnus c’aveva scritto: «Fanculo Magnus».
[risate]

Nicola D’Agostino: Grazie.
[applausi]

Nota: l’immagine di apertura di Claudio Nizzi insieme al sottoscritto è basata su una foto di Andrea Franzoni.




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Pubblicato il 4/02/2016 e archiviato in: altro  
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